mercoledì 13 dicembre 2017

Parigi 2017 - 16. Alla ricerca dei fantasmi perduti


Per la quarta uscita serale ho scelto un itinerario amico, passando per luoghi pubblici e privati ricchi di storia per lo più sconosciuta ai Fb dipendenti. Al contrario, ritenendo che la comprensione di fatti e cose richieda l’attitudine a viaggiare a ritroso nel tempo, per quanto riguarda le strade di Parigi mi affido a vecchi libri quali il Nouveau Dictionnaire Historique de Paris par Gustave Pessard, Membre de la Société des Amis des Monuments Parisiens de la Société historique du IVe arr. (La Cité), etc. Paris. Eugène Rey, Libraire. 8, Boulevard des Italiens, 1904 - integrato, per informazioni più recenti, dai miei appunti ripresi dai libri che tappezzano le pareti di casa.


Dal carrefour de Buci prendo per rue Saint-André-des-Arts. A destra, giusto all’angolo con la Cour du Commerce Saint-André, l’insegna The Mazet ricorda che un tempo questo era uno dei noiosi caffè filosofici sorti all’epoca dei Lumi, ora assurto al rango di rumoroso locale per serate alcoliche. Pochi metri più avanti vi è Le Caméléon, che fu il tempio della cosiddetta musica nera. Negli anni Cinquanta qui s’incontravano musicisti jazz francesi e americani, suonando fino all’alba. Sempre qui, ma negli anni Sessanta, Miles Davis scoprì un giovane pianista, Keith Jarret, poi autore - con Aldo Romano alla batteria e François Jenny-Clark al basso - di un ricercato vinile registrato dal vivo tra queste mura. Due locali e già non pochi fantasmi riemergono dal passato…




Un centinaio di metri più avanti svolto a sinistra per la semibuia rue des Grands-Augustins. Subito a sinistra vi è Roger la Grenouille, ristorante aperto nel 1931 da Roger Spinhirny, uomo con lunga esperienza di cameriere al Lipp, con Boris Vian a ricevere les belles dames en robe de soirée. Tra i clienti troviamo Balthus, Derain, Picasso, Saint-Exupéry e Léon-Paul Fargue, Rita Hayworth e Ali Khan. Altri fantasmi si aggiungono alla lista.
Pochi metri ed eccomi al 25, numero collegato ad un locale ormai scomparso: Le Catalan, il ristorante reso celebre da Pablo Picasso, che qui pranzava in compagnia dei suoi amici più intimi, come ricorda Brassaï nel suo Conversazioni con Picasso. Sempre al Catalan il pittore fece il suo primo incontro con Françoise Gilot, la “vergine laica” (parole sue) che non si fece scrupoli a scalzare Dora Maar dal cuore di Picasso. È la stessa Gilot a raccontarci tutto questo in Vita con Picasso, il libro scritto dal giornalista Carlton Lake e da cui estrapolo il gustoso cameo su Hemingway trovato alle pp. 51-52 dell’edizione Garzanti, 1965.

Una delle prime conseguenze della Liberazione fu l’arrivo di Hemingway in rue des Grands-Augustins. Quando fece la sua comparsa, Pablo era ancora con Maya e sua madre. La portinaia di Picasso era una donna riservata, ma non del tutto timida. Non aveva idea di chi fosse Hemingway, ma era abituata a vedere molti amici e ammiratori di Pablo che lasciavano per lui dei doni quando lo venivano a cercare ed egli era assente. In varie riprese, amici sudamericani gli avevano mandato viveri, perché potesse integrare un poco le razioni del tempo di guerra. E Pablo aveva diviso spesso i suoi pacchetti con la portinaia. Quando Hemingway sentì che Pablo era assente, le chiese se poteva lasciare un messaggio per lui. Come ebbe a raccontare più tardi, la portinaia gli chiese: «Non vuole lasciare un regalo per il signore?» Hemingway le rispose che non ci aveva pensato, ma che era una buona idea. Andò fino alla sua jeep, e ritornò con una cassa di granate che depose nella portineria, scrivendoci sopra: «Per Picasso, da parte di Hemingway». La portinaia, non appena ebbe decifrato le indicazioni stampigliate sulla cassa, uscì di corsa dalla portineria e non volle rientrarvi fino a quando qualcuno non portò via la cassa.

Passo oltre rue Christine (al n. 5 hanno abitato, dal 1938 in poi, Gertrude Stein e Alice B. Toklas) e subito a destra vi è rue de Savoie. Così James Lord descrive la sua prima visita a Dora Maar nel libro Picasso e Dora. Ricordi privati, Archinto 2016, pp. 74-75:

Andai da fioraio Lachaume in rue Royale e comprai un bouquet di orchidee, della varietà bruna e verde maculata. Rue de Savoie conduce verso est da rue des Grands-Augustins, fiancheggiata da vecchie case di stile indefinibile, meno imponenti della residenza di Picasso. Il cortile del numero 6 era tetro, con doppie porte sul fondo che davano su una larga scala luminosa e odorante di cera.  Erano esattamente le quattro quando suonai e sentii il suono elettrico attiguo. Non vi fu risposta se non il silenzio, e dopo un’attesa assai più lunga dei dettami della buona educazione suonai di nuovo. Ancora silenzio, poi lo scatto di serrature e lo stridere di catenacci: notai diverse serrature. La porta si spalancò, ed ecco Dora che mi tendeva la mano. Accettò i fiori con assoluta compostezza. Non avevo sentito rumore di passi e mi domandai se fosse stata in piedi dietro la porta. L’ingresso aveva il pavimento a mattonelle, il soffitto alto ed era privo di qualsiasi arredamento. Nella stanza accanto, davanti alla finestra vi era una grande ed elaborata uccelliera con diversi canarini, e da un lato un’alta libreria in mogano con gli sportelli di vetro contenente libri e oggetti vari. Sulle pareti, sei, otto, dieci dipinti e disegni di Picasso. Un enorme letto stile Impero francese occupava la camera adiacente e intorno al caminetto erano disposte alcune poltrone e un parafuoco di mogano con pannelli di vetro. Alle pareti altri Picasso, alcuni non incorniciati, riconoscibili come ritratti della padrona di casa.





La rue des Grands-Augustin ben presto confluisce sul trafficatissimo quai des Grands-Augustins. Svolto a sinistra e mi fermo davanti al portone del n. 53bis, l’indirizzo che fu dei coniugi Michel e Louise Leiris, la giovane cognata di Daniel-Henry Kahnweiler (la vita del gallerista è raccontata da Pierre Assouline ne Il mercante di Picasso, Garzanti 1990). Nei cinque locali del loro appartamento affacciato sulla Senna, la sera del 19 marzo 1944 un gruppo di amici di Picasso organizza la lettura pubblica de Le désir attrappé par la queue, testo teatrale scritto da Picasso dal 14 al 17 gennaio 1941, a Royan. Sotto la direzione di Albert Camus, Michel e Louise Leiris, Raymond Queneau, Zanie Campan, Simone de Beauvoir, Jean Paul Sartre, Dora Maar, Jacques Laurent-Bost, Germaine Hugnet e Jean Aubier recitano le parti loro assegnate davanti ad un folto pubblico di oltre cento persone. Tra questi troviamo i coniugi Braque, Jacques Lacan, Georges Bataille, Paul e Cécile Éluard, la figlia di Paul Éluard e di Gala, Valentine Hugo, Brassaï, Jean-Louis Barrault, i coniugi Bataille, Henri Michaux, Pierre Reverdy e …Kavkaz, il cane di Picasso.
Ma ben più importante, per me, è sapere che ai tempi dell’occupazione tedesca i Leiris hanno nascosto il poeta Paul Éluard, ricercato dai nazisti perché membro del PCF.
Torno sui miei passi. All’altezza del numero 53 il vitreo ingresso di un hôtel ha sostituito il portale della distrutta chiesa del convento dei Grands-Augustins. Tiremm innanz
Al numero 51, all’angolo tra il quai e la rue des Grands-Augustins, spicca l’insegna del Lapérouse, un vecchio ristorante che ha avuto tra i suoi clienti Victor Hugo, Alexandre Dumas padre e Sidonie Gabrielle Colette - e che durante la Comune del 1871 ha ospitato i raduni dei comunardi delegati alla prefettura della polizia.
Avanzando in direzione di Notre-Dame-de-Paris altri numeri attirano l’attenzione di chi è interessato a conoscere le piccole storie che han costruito la fama di questa città. Al 35 è nato (1797) Pierre Leroux, il primo ad utilizzare la parola socialisme in Francia (marzo 1834). Ai tempi del Direttorio, al n. 21 abitava Jacques Henri Bernardin de Saint-Pierre, l’autore di Paul et Virginie e de La Chaumière Indienne. Sempre a questo numero George Sand ha trovato un alloggio al suo arrivo a Parigi. Al 17 ha invece abitato il giovane Jean Racine, ospite di Nicolas Vitard, un suo zio.


Cammina cammina ed eccomi al bivio con rue Gîte-le-Cœur - distorsione dell’originale rue Gilles le Queux (il capocuoco, lo chef) - vecchia strada resa nota dal sordido Hôtel Ratou, poi soprannominato Beat Hôtel per aver dato ospitalità ad Allen Ginsberg e Peter Orlovsky, poi raggiunti da Gregory Corso, Robin Cook, Arold Norse, Sinclair Beiles e William Burroughs … il fior fiore della beat generation. Gestito dal 1933 al 1963 dai coniugi Rachou (dalla vedova e dal suo gatto dopo il 1957), offriva 42 stanze con finestre aperte sulla tromba della scala, una sola latrina al piano terra in comune col bistrot. Le biografie raccontano che madame Rachou era nata a Giverny, dove a 12 anni aveva preso a lavorare in un albergo frequentato da Monet e Pissarro. Allenata ad avere a che fare con gli artisti, in rue Gîte-le-Cœur non poneva troppi problemi ai suoi ospiti: se non avevano soldi potevano sempre pagare coi loro manoscritti o con le tele dipinte. Abbattuto e ricostruito, oggi ospita il Relais Hôtel du Vieux Paris. Vien facile pensare che è il conto da pagare a far la differenza tra un albergo a una stalla e un albergo a 4 stelle.
Altri numeri “storici” di questa via sono: il 13, dimora di Denis-Étienne Laurent, membro della Sezione di Marat, ghigliottinato il 10 Termidoro anno II. Il n. 8 è legato alla morte di Victor Amédée de La Fage, marchese di Saint-Huruge (30 marzo 1801), mentre il 5 riporta alla dimora di Pierre Séguier, marchese d’O: nei primi anni del Seicento da qui sono passate figure importanti, tra cui Armand du Plessis de Richelieu, Anna d’Austria e Filippo IV di Spagna. Mica cotiche.


Giro a sinistra e mi addentro nella lercia rue de l’Hirondelle, breve via aperta alla fine del XII secolo e il cui nome primitivo “de l’Irondelle” si può ancora leggere graffito sul muro all’angolo con rue Gîte-le-Cœur. Vecchia strada, vecchi ricordi: al n. 25 si trovava il Cabaret de La Bolée, frequentato da Charles Baudelaire e da Jeanne Duval - e poi, durante la guerra 1914-18, dai poeti del fantastique social Pierre Mac Orlan, André Warnod, Francis Carco, Robert Desnos. I numeri 20-22 occupano lo spazio che fu dell’Hôtel de la Salamandre, palazzo fatto costruire da Francesco I (da qui la salamandra sopra il portale) per ospitare la sua amante Anne de Pisseleu, duchessa d’Étampes. Più sfortunato, invece, l’inquilino del n. 10, Jacques-Louis-Frédéric Wouarmé, membro della Comune del 1792, ghigliottinato il 10 Termidoro anno II (28 luglio 1794).
Trovo un solo locale aperto: La Vénus Noir. Uno scatto e subito mi tuffo in apnea nel portico che immette in place Saint-Michel, spazio saturo dell’acre odore lasciato dagli ettolitri d’urina sparsa un po’ ovunque. Esco dall’apnea e riprendo gli scatti fotografici sul Boulevard Saint-Germain, soffermandomi su pochi locali. Inizio con Le Vagenende, ristorante aperto nel 1885 e subito battezzato dai parigini il “Maxim’s dei poveri” per il suo connubio tra una cucina ‘popolare’ e il decoro interno ricco di boiseries e specchi. Segue Le Old Navy, locale ‘lanciato’ dal drammaturgo Arthur Adamov, che qui stazionava nei primi anni Cinquanta attorniato da figli e figlie di papà in grado di pagare le (allora) costose consumazioni. Il terzo locale, Le Mabillon, era il caffè abituale dei sudamericani e degli “spagnoli rossi” a Parigi negli anni della guerra di Spagna.
Per confortare il corpo con una giusta dose di spirito siedo all’interno del Café de Flore, un locale aperto (pare) nel 1880 e da allora un punto di rifermo nella storia dell’arte e della letteratura parigina. Ha scritto Philippe Soupault: Au Café de Flore, devant un Picon-citron, Apollinaire était assis comme un “pontife” et accueillait ses amis avec un sourire. Tanto tempo è passato, ma con una buona dose di fantasia vedo gli amati fantasmi ...accogliermi con un sorriso.

LE FOTOGRAFIE DI
GIANCARLO MAURI
4 ottobre 2017